Bruno Caccia nacque il 16 novembre 1917 a Cuneo. Si laureò in giurisprudenza nel 1939, seguendo le orme della famiglia.

Due anni dopo vinse il concorso per entrare nella magistratura italiana, lavorando prima a Torino poi ad Aosta. Nel 1967 tornò a Torino come sostituto alla Procura Generale, infine nel 1980 venne nominato Procuratore della Repubblica di Torino.

Bruno Caccia non indagò solo sulle violenze tipiche dell’epoca, ma avviò delle indagini sui terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della mafia in Piemonte, in particolare sulla ‘ndrangheta.

Egli viene ricordato come un uomo onesto, con “la schiena dritta”, ligio e puntuale nel suo lavoro.


Proprio la precisione delle sue indagini lo portò a scoprire traffici scottanti, al punto tale che il 26 giugno 1983, mentre portava a passeggio il cane, in un momento in cui aveva lasciato a riposo la scorta, venne ucciso da 17 colpi di pistola sparati da due sicari su una FIAT 128.


Le indagini sull’omicidio si concentrarono inizialmente sulle Brigate Rosse, ma si rivelò presto una falsa pista grazie alle dichiarazioni di un boss della cosca catanese in galera, Francesco Miano, il quale registrò le confidenze del boss ‘ndranghetista Domenico Belfiore. Il motivo principale dell’omicidio venne riconosciuto nel fatto che “con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare”.

Il Belfiore venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio nel 1993, mentre ancora oggi sono ignoti gli esecutori materiali della strage.

Nell’estate del 2013 la famiglia Caccia ha chiesto la riapertura delle indagini, poiché la sentenza del 1993 lascia ancora molte questioni irrisolte sul terribile omicidio.